NESSUN AMORE È PIÙ SINCERO DI QUELLO PER IL CIBO

George Bernard Shaw

In questo Ottobre ancora caldo, ma pregno di frutti autunnali, il nostro Salotto Letterario, ha intrapreso un “ bel viaggio nel cibo “, perciò  la scelta di poesie, libri e film ha come filo conduttore il cibo e ciò che esso rappresenta per tutti noi.
Come negli anni precedenti ho iniziato con alcune poesie di poeti noti che decantano alcuni alimenti con la loro ” vis poetica” ed altre di alcuni comici famosi che utilizzano l’ironia che li contraddistingue per creare delle poesie veramente esilaranti.
Ma meglio di ogni commento è proprio presentarvi tali poesie:

La madre panza Trilussa

Vedete quel’ometto sur cantone
che se guarda la panza e se l’alliscia
con una specie de venerazzione?
Quello è un droghiere ch’ha mischiato spesso
er zucchero còr gesso
e s’è fatta una bella posizzione.
Se chiama Checco e è un omo che je piace
d’esse lasciato in pace.
Qualunque cosa che succede ar monno
poco je preme: in fonno
nun vive che per quella
panzetta abbottatella.

E la panza j’ha preso er sopravvento
sur core e sur cervello, tant’è vero
che, quanno cerca d’esternà un pensiero
o deve espone quarche sentimento,
tiè d’occhio la trippetta e piano piano
l’attasta co’ la mano
perché l’ajuti ner raggionamento.

Quanno scoppiò la guerra l’incontrai.
Dico: – Ce semo… – Eh, –  fece lui – me pare
che l’affare se mette male assai.
Mò stamo a la finestra, ma se poi
toccasse pure a noi?
Sarebbe un guajo! In tutte le maniere,
come italiano e come cittadino
io credo d’avè fatto er mi’ dovere.
Prova ne sia ch’ho proveduto a tutto:
ho preso l’ojo, er vino,
la pasta, li facioli, er pecorino,
er baccalà, lo strutto…. –

E con un’aria seria e pensierosa
aggricciò l’occhi come pe’ rivede
se nun s’era scordato quarche cosa.
Perché, Checco, è così: vô la sostanza,
e unisce sempre ne la stessa fede
la Madre Patria co’ la Madre Panza.

Le golose Guido Gozzano

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.

Signore e signorine –
le dita senza guanto –
scelgon la pasta. Quanto
ritornano bambine!
Perché nïun le veda,
volgon le spalle, in fretta,
sollevan la veletta,
divorano la preda.

C’è quella che s’informa
pensosa della scelta;
quella che toglie svelta,
né cura tinta e forma.
L’una, pur mentre inghiotte,
già pensa al dopo, al poi;
e domina i vassoi
con le pupille ghiotte.
un’altra – il dolce crebbe –
muove le disperate
bianchissime al giulebbe
dita confetturate!

Un’altra, con bell’arte,
sugge la punta estrema:
invano! ché la crema
esce dall’altra parte!

L’una, senz’abbadare
a giovine che adocchi,
divora in pace. Gli occhi
altra solleva, e pare

sugga, in supremo annunzio,
non crema e cioccolatte,
ma superliquefatte
parole del D’Annunzio.

Fra questi aromi acuti,
strani, commisti troppo
di cedro, di sciroppo,
di creme, di velluti,

di essenze parigine,
di mammole, di chiome:
oh! le signore come
ritornano bambine!

Perché non m’è concesso –
o legge inopportuna! –
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,

o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?

Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie

ALDO FABRIZI La dieta

Doppo che ho rinnegato pasta e pane,
so’ dieci giorni che nun calo, eppure
resisto, soffro e seguito le cure…
me pare un anno e so’ du’ settimane.

Nemmanco dormo più, le notti sane,
pe’ damme er conciabbocca a le torture,
le passo a immaginà le svojature
co’ la lingua de fòra come un cane.

Ma vale poi la pena de soffrì
lontano da ‘na tavola e ‘na sedia
pensanno che se deve da morì?

Nun è pe’ fà er fanatico romano;
però de fronte a ‘sto campà d’inedia,
mejo morì co’ la forchetta in mano!

PABLO NERUDA – Ode al carciofo

Il carciofo dal tenero cuore si vestì da guerriero,
ispida edificò una piccola cupola,
si mantenne all’asciutto sotto le sue squame,
vicino al lui i vegetali impazziti si arricciarono,
divennero viticci,
infiorescenze commoventi rizomi;
sotterranea dormì la carota dai baffi rossi,
la vigna inaridì i suoi rami dai quali sale il vino,
la verza si mise a provar gonne,
l’origano a profumare il mondo,
e il dolce carciofo lì nell’orto vestito da guerriero,
brunito come bomba a mano,
orgoglioso,
e un bel giorno,
a ranghi serrati,
in grandi canestri di vimini,
marciò verso il mercato a realizzare il suo sogno:
la milizia.
Nei filari mai fu così marziale come al mercato,
gli uomini in mezzo ai legumi coi bianchi spolverini erano i generali dei carciofi,
file compatte,
voci di comando e la detonazione di una cassetta che cade,
ma allora arriva Maria col suo paniere,
sceglie un carciofo,
non lo teme,
lo esamina,
l’osserva contro luce come se fosse un uovo,
lo compra,
lo confonde nella sua borsa con un paio di scarpe,
con un cavolo e una bottiglia di aceto finché,
entrando in cucina,
lo tuffa nella pentola.
Così finisce in pace la carriera del vegetale armato che si chiama carciofo,
poi squama per squama spogliamo la delizia e mangiamo la pacifica pasta
del suo cuore verde.

EDUARDO DE FILIPPO – ‘O ‘rraù

‘O rraù ca me piace a me
m’ ‘o ffaceva sulo mammà.
A che m’aggio spusato a te,
ne parlammo pè ne parlà.
io nun songo difficultuso;
ma luvàmmel’ ‘a miezo st’uso

Sì,va buono:cumme vuò tu.
Mò ce avéssem’ appiccecà?
Tu che dice? Chest’ ‘è rraù?
E io m’ ‘o mmagno pè m’ ‘o mangià…
M’ ‘ a faja dicere na parola?…
Chesta è carne c’ ‘ a pummarola

Il pane

di Gianni Rodari
Se io facessi il fornaio, vorrei cuocere il pane
così grande da sfamare tutta, tutta la gente
che non ha da mangiare.
Un pane più grande del sole, dorato, profumato come le viole.
Un pane così verrebbero a mangiarlo dall’India e dal Chili
i poveri, i bambini, i vecchietti e gli uccellini.
Sarà una data da studiare a memoria: un giorno senza fame!
Il più bel giorno di tutta la storia.

Ode al cioccolato Alda Merini

La dolcezza del cuore viene da dolci
bevande nere come la notte,
bianchi come il Paradiso.
Su queste cioccolate si imbastiscono
versi o parlate leggere.
E’ questa l’amicizia che nasce  a
tavolino
quando tu mi sorridi come la cioccolata.
(Alda Merini)

La mia scelta di poesie libri film avviene molto spesso d’istinto; mi lascio affascinare dalle immagini di copertina, dai titoli e guidare dalle emozioni e sensazioni che nascono da una prima lettura o visione. Anche questa volta è avvenuto così :a casa di mia figlia ho trovato il libro giusto per quel viaggio nel cibo che avevamo deciso di intraprendere.
Dopo la lettura delle poesie che ci hanno divertito, eccoci a viaggiare in un’isola sperduta nel mar Mediterraneo: l’isola del Titano.   Un luogo pieno di leggende e di segreti in cui Elettra, la protagonista dal nome importante, andrà alla ricerca delle sue radici perché dopo la morte della madre, non ritrova più  se stessa.
Elettra e sua madre Edda, anche lei dal nome altisonante avevano un panificio in cui il profumo del pane appena sfornato e dei biscotti speziati  invadeva l’aria e riempiva il cuore delle persone che ci andavano ed anche quello di Elettra.
Ma alla morte della madre, la ragazza non riesce più a creare la stessa magia.
Mille sono le ombre che la tormentano, le rimane solo una  medaglietta con inciso il nome di un’isola misteriosa e la ricetta del pane all’anice. Ed allora Elettra intraprende quel viaggio misterioso per trovare delle risposte alle sue domande. In questo viaggio fisico ma più che altro metaforico maturerà e crescerà.
Attraverso il cibo entrerà in contatto con un luogo sospeso nel tempo e custode di mille segreti. Questo viaggio non sarà immune dal dover affrontare il passato e i suoi demoni ma le permetterà di trovare quell’amore al quale lei sembra non credere, sentirà per la prima volta la presenza affettuosa e protettiva di una madre che sentiva fredda e scostante e le aveva tenuto segreto il suo passato e perfino il nome di suo padre.
Altre figure femminili la affiancheranno in un viaggio mistico e spirituale oltre che fisico ed in questo modo diventerà un tutt’uno con quel sogno che era lo stesso di sua madre. Filo conduttore di tutta la narrazione è l’amore viscerale per la cucina e i suoi sapori e la presenza nel libro di alcune ricette sa risvegliare ogni senso.
Lo stile della scrittrice è quasi musicale e fa sentire con le parole il sapore del pane che è sinonimo  di vita, di origine, di semplicità e genuinità. Inoltre gli odori pungenti e i sapori fragranti rivelano un legame con la terra in cui si vive, capaci di allontanare il dolore e la paura per le perdite più care. Valentina Cebeni ,originaria della Sardegna crea con il libro “La ricetta segreta per un sogno”, un romanzo poetico che attraverso una fitta rete di intrecci e misteri conduce il lettore piano piano all’epilogo agrodolce e speziato.

Il piccolo film “Pranzo di Ferragosto”, opera prima di Gianni di Gregorio, potrebbe essere erroneamente ricordato soltanto per essere un film divertente, godibile, ben girato e tenero. Ad una più attenta analisi si scopre invece che questa pellicola frizzante, allegra, fatta di battute che divertono , di personaggi,  semplici e naturali, nasconde messaggi profondi e spiazzanti in una società come la nostra che sta perdendo così tanti valori. Film coraggioso che si basa su un esilissima sceneggiatura , con nessuna volontà’ di commuovere. Film onesto ricco di quel realismo di tanti vecchi film, quasi una piece teatrale in cui gli attori interpretano se stessi.
Non a caso l’idea nasce da un fatto accaduto quando l’amministratore propose a Di Gregorio di tenergli la madre in casa sua per il periodo di Ferragosto. Il regista rifiuto’ ma gli rimase la domanda di cosa sarebbe successo se avesse accettato.
Come sarebbe stata la convivenza tra lui e quattro vecchiette straordinarie, ognuna diversa dall’altra fisicamente e caratterialmente, ma unite dallo stesso desiderio di passare del tempo insieme, ormai dimenticate da figli e nipoti? Ed allora Gianni lo immagina creando questo gioiellino. Così interpreta se stesso, accudisce le quattro anziane, ricevendo sì dei soldi, ma ricavando da quell’esperienza anche la soddisfazione di averle rese così felici da chiedersi: È già finita la festa? Sì, la festa perché il pranzo di Ferragosto diventerà proprio una festa e sarà lo stesso Gianni a preparare un succulento pranzo con del pesce appena pescato.
Lui, il fallito per eccellenza, un po’ ubriacone e nullafacente, farà entrare la luce prepotente dell’estate in quella casa antica in un palazzo d’epoca, con alcuni mobili di antiquariato anche belli ed altri dozzinali, con finestre chiuse ad oscurare le stanze. Ma sarà appunto il cibo, come sempre a permettere alle vecchiette ed allo stesso Gianni di ritrovare una “famiglia” come quelle patriarcali di una volta in cui più generazioni convivevano insieme. Un piccolo film veramente grande!!!

Liviana Simoncini – Ottobre Novembre 2017