SALOTTO LETTERARIO FEBBRAIO-MARZO 2019

IL MALE DI VIVERE

Il mare è tutto azzurro
Il mare è tutto calmo.
Nel cuore quasi un urlo
di gioia. E tutto è calmo.

Questa poesia di Sandro Penna mi ha sempre affascinato perché in essa il sentimento panico viene descritto mirabilmente con pochissime parole.

Quattro versi soltanto che sono capaci di dire tutto.

Abbiamo conosciuto questo poeta grazie a Giovanni, uno dei miei ex alunni delle elementari, che ricordavo essere fin da allora particolarmente sensibile alla Poesia.
Oggi Giovanni è vicino a laurearsi in Lettere e Filosofia ed inoltre scrive poesie che hanno già avuto degli apprezzamenti.
Chi meglio di lui poteva farci avvicinare alla poetica di Sandro Penna, che è uno dei suoi poeti preferiti e ben rappresenta quel male di vivere che da sempre fa parte della nostra vita di umani ?

Io e le signore del Gruppo abbiamo ascoltato con attenzione la sua relazione e lentamente siamo entrate nel mondo del poeta apprezzandone le poesie scelte.
Sandro Penna, nato a Perugia nel 1906, si trasferisce a Roma nel 1929.
Conosce Montale, Ungaretti e Saba che lo apprezza da subito e lo spinge ad entrare in contatto con il mondo letterario fiorentino.

Saba lo definisce : un germoglio in fiore durante un rigido inverno.

Sandro Penna non aderisce all’ Ermetismo, è invece un poeta antinovecentista insieme a Bertolucci e Caproni.
Ciò che è facilmente individuabile è la natura monotematica della sua poesia: un amore fisico e sensuale dettato dalla sua omosessualità della quale è cosciente e gli provoca malessere.

Il contenuto scabroso delle sue poesie viene però mitigato da un linguaggio elegante.

Tale filtro linguistico non cancella totalmente la sua angoscia esistenziale dovuta alla consapevolezza lucida della sua condizione che lo avvicina a Pasolini, pur nella loro differenza.
Nelle sue poesie si esprime con leggerezza e concretezza, parlando della sua vita semplice, di luoghi come sale d’aspetto, di stazioni, di cinema, di treni visti correre, del mare.

Non parla di Storia ma del quotidiano sentire ed amare di un uomo qualunque consapevole del suo essere.
Ma saranno alcune sue poesie, scelte da Giovanni, a mostrarci quanto profondo sia il suo sentire pur nella semplicità delle immagini che come pennellate colorano il tutto.

(1928)

La vita…è ricordarsi di un risveglio

triste in un treno all’alba: aver veduto

fuori la luce incerta: aver sentito

nel corpo rotto la malinconia

vergine e aspra dell’aria pungente.

Ma ricordarsi la liberazione

improvvisa è più dolce: a me vicino

un marinaio giovane: l’azzurro

e il bianco della sua divisa, e fuori

un mare tutto fresco di colore.

*

Se la notte d’estate cede un poco

su la riva del mare sorgeranno

-nati in silenzio come i suoi colori-

uomini nudi e leggeri che vanno.

Ma come il vento muove il mare, muovono

anche, gridando, gli uomini le barche.

Sorge sull’ultimo sudore il sole.

*

Nel fresco orinatoio alla stazione

sono disceso alla collina ardente.

Sulla mia pelle polvere e sudore

m’inebbriano. Negli occhi ancora canta

il sole. Anima e corpo ora abbandono

fra la lucida bianca porcellana.

*

Nel sonno incerto sogno ancora un poco.

E’ forse giorno. Dalla strada il fischio

di un pescatore e la sua voce calda.

A lui risponde una voce assonnata.

Trasalire dei sensi – con le vele,

fuori, nel vento? – Io sogno ancora un poco.

*

(1930)

Sole senz’ombra su virili corpi

abbandonati. Tace ogni virtù.

Lenta l’anima affonda –con il mare-

entro un lucente sonno. D’improvviso

balzano –giovani isolotti- i sensi.

Ma il peccato non esiste più.

*

Notte: sogno di sparse

finestre illuminate.

Sentir la chiara voce

dal mare. Da un amato

libro veder parole

sparire…- Oh stelle in corsa

l’amore della vita!

*

(1932)

“Sera nel giardino”

La sera mi ha rapito

i rissosi fanciulli.

Le loro voci d’angeli

in guerra.

Adesso in seno

a nuove luci stanno

là sull’opposte case.

Resta sul cielo chiaro

D’un eroe s’un cavallo

Incisa macchia muta

sotto la prima stella.

*

Livida alba, io sono senza dio.

Visi assonnati vanno per le vie

sepolti sotto fasci d’erbe diacce.

Gridano al freddo vuoto i venditori

Albe più dense di colori vidi

Su mari su campagne inutilmente

Mi abbandono all’amore di quei visi.

*

Le nere scale della mia taverna

tu discendi tutto intriso di vento.

I bei capelli caduti tu hai

sugli occhi vivi in un mio firmamento

remoto.

Nella fumosa taverna

ora è l’odore del porto e del vento.

Libero vento che modella i corpi

e muove il passo ai bianchi marinai.

*

Sotto il cielo di aprile la mia pace

è incerta. I verdi chiari ora si muovono

sotto il vento a capriccio. Ancora dormono

l’acque ma, sembra, come ad occhi aperti.

Ragazzi corrono sull’erba, e pare

che li disperda il vento. Ma disperso

solo è il mio cuore cui rimane un lampo

vivido (oh giovinezza) delle loro

bianche camicie stampate sul verde.

(1933)

“Nuotatore”

Dormiva…?

Poi si tolse e si stirò

Guardò con occhi lenti l’acqua. Un guizzo

Il suo corpo.

Così lasciò la terra.

*

Se desolato io cammino…dietro

quel soffio di colline, nella notte

tiepida e buia, steso su una zolla

è forse un giovanetto ad occhi aperti.

Ognuno è solo, ma con vario cuore

riguarda sempre le solite stelle.

*

Mi nasconda la notte e il dolce vento.

Da casa mia cacciato e a te venuto

mio romantico fiume lento.

Guardo il cielo e le nuvole e le luci

degli uomini laggiù così lontani

sempre da me. Ed io non so chi voglio

amare ormai se non il mio dolore.

La luna si nasconde e poi riappare

-lenta vicenda inutilmente mossa

sovra il mio capo stanco di guardare.

*

Porto con me la dolce pena. Erro

entro terre più belle dell’amore.

E mi affaccio sul mare che si batte

Contro gli scogli per ridere con sé.

Solitario un fanciullo scorgo assorto

in qualcosa di oscuro ch’io non oso

indovinare…Poi, scoperto, un guizzo

e un salto lo riportan gaiamente

a nasconder nel mare il suo peccato.

(1934)

“Finestra”

E’ caduta ogni pena. Adesso piove

tranquillamente sull’eterna vita.

Là sotto la rimessa, al suo motore,

è –di lontano- un operaio.

Dal chiuso libro adesso approdo a quella

vita lontana. Ma qual è la vera

non so.

E non lo dice il nuovo sole.

(1937)

Il mare è tutto azzurro.

Il mare è tutto calmo.

Nel cuore è quasi un urlo

di gioia. E tutto è calmo.

*

Il cielo è vuoto. Ma negli occhi neri

di quel fanciullo io pregherò il mio dio.

Ma il mio dio se ne vi in bicicletta

o bagna il muro con disinvoltura.

*

Era il settembre. Riandava la gente

rumorosa alle strade. Il sole amava

il vino e l’operaio. I canti ardevano

fino alla notte fonda.

Ma restava

attonito un fanciullo, ormai legato

-sotto il caldo fogliame di una sera-

al ridere innocente di un amico…

*

Se la vita sapesse il mio amore!

me ne andrei questa sera lontano.

Me ne andrei dove il vento mi baci

dove il fiume mi parli sommesso.

Ma chi sa se la vita somiglia

al fanciullo che corre lontano…

(1938)

Forse la giovinezza è solo questo

perenne amare i sensi e non pentirsi.

*

Io vivere vorrei addormentato

entro il dolce rumore della vita

(1946)

Nei vicoli notturni ove rimane

un fanciullo superstite la mia

vita si gonfia di malinconia.

(1950)

Felice chi è diverso

essendo egli diverso.

Ma guai a chi è diverso

essendo egli comune.

Sandro Penna pur nella sua diversità è stato capace di affrontare dignitosamente il suo malessere, ma non sempre questo avviene come risulta evidente per i personaggi del libro “Il capitale umano” e in quelli del film omonimo.
In entrambe le opere i personaggi in maniera indegna affrontano le vicende umane e fanno del loro male di vivere un motivo per mostrare il peggio di loro stessi.
Leggendo ” Il capitale umano di Stephen Amidon, romanzo statunitense del 2004, ambientato nel Connecticut nel mondo dell’alta finanza , tra crisi economiche favorevoli per pochissimi con il culto per il denaro, che viene anteposto ai sentimenti ed agli affetti, non ho trovato grandi differenze con il nostro ambiente soprattutto negli ultimi tempi.
Pur essendo lontano per ambientazione, il racconto di Amidon sembra fatto apposta per venire raccontato dal regista toscano Paolo Virzi’, che ha adattato il romanzo, spostandolo al 2010 in Italia, nella ricca Brianza.
La struttura del libro presentava diverse difficoltà, con una narrazione a più voci e con balzi temporali avanti e indietro nel tempo, difficili da raccontare.
Virzi’ sceglie di strutturare il suo film in tre capitoli personali ( Dino, Carla, Serena) , a cui segue una conclusione corale.

” Il capitale umano ” è un thriller che racconta la storia di due famiglie coinvolte in un incidente stradale avvenuto alla vigilia di Natale.
Il regista grazie ai formidabili attori che recitano nel suo film, delinea i diversi protagonisti: un immobiliarista ambizioso, un finanziere spregiudicato, una moglie infelice, una ignara di chi ha accanto, figli oppressi dalle ambizioni dei padri.
I personaggi maschili adulti rappresentano gli stereotipi del malcostume e del cinismo dell’avidità, oppressi da un’insaziabile ambizione. Le figure femminili sono affettuose, comprensive, protettive, ma complici perché incapaci di ribellarsi al sistema.
I personaggi giovani sono consumatori passivi di ricchezza smodata e oppressi dalle aspettative dei genitori.
Soltanto Serena si salva, grazie al suo incontro con Luca, un ragazzo turbato che entra nella sua vita per caso ed è il più sincero ed onesto di tutti i figli di papà che la circondano.

I due ragazzi sono gli unici a salvarsi in questa storia ingarbugliata in cui tutti lottano per il denaro e per l’ immagine. Sono gli unici ad accettare le conseguenze dei loro errori ed a cercare attraverso l’espiazione un futuro migliore, che proprio i genitori hanno inquinato.
Il povero cameriere che all’inizio del film viene urtato da un Suv mentre ritorna casa in bicicletta, dopo aver lavorato alla festa nella scuola privata dei ragazzi “bene”, muore e l’ assicurazione garantisce alla famiglia oltre duecentomila euro che costituiscono il capitale che può sostituirsi alla morte di un uomo, come viene spiegato nell’ultima sequenza del film e ne spiega anche il titolo.
I due personaggi chiave , Dino e Carla decidono il destino dei giovani con un patto che permette al primo di risalire dal baratro economico in cui è caduto e alla donna di acquietare la sua coscienza. Scoperto il colpevole, il padre di Serena , superata la crisi e riacquistato il suo capitale, organizza una grande festa in cui tutti i personaggi, pur immersi nel lusso, offrono un’immagine assai deludente di una società che ha perso i veri valori, abbandonando i figli a se stessi.
Quei figli che in fondo sono il vero capitale umano su cui si dovrebbe investire per ripartire e ricreare un mondo migliore.
Nel 2014 il film dì Virzi’ ha vinto sette David di Donatello, tra cui quello per il Miglior Film ed è stato candidato all’Oscar 2015 per il Miglior film straniero. Del film si è parlato parecchio anche per alcune polemiche sul modo in cui il regista ha rappresentato la Brianza.
Il libro di Amidon è uno spietato ritratto della società statunitense in cui la legge è vincere sempre e comunque. Ci racconta un mondo in cui i protagonisti si fanno travolgere dai demoni che portano in se’ e ci fa rivivere la complessa dinamica tra genitori e figli.
Nel film di Virzi’, i personaggi vengono mostrati soprattutto nelle loro debolezze con quei cliché tipici della commedia all’italiana, mentre lo scrittore ci presenta anche i loro pregi e come sono arrivati a essere diventati quello che sono diventati, grazie ad una società malata.
Il libro non si chiude con il finale buono del film.
Amidon ha deciso di non dare spazio alla speranza di poter salvare personaggi sconfitti dal male di vivere.

Liviana Simoncini