SALOTTO LETTERARIO GENNAIO 2018

Bagheria e dintorni

Per la recensione del film “Baaria”, voglio  fare un viaggio a ritroso e partire dal finale che secondo me racchiude tutto il significato metaforico del film.

La mosca che Pietro ritrova ancora viva, intrappolata nella trottola e riesce a volare, è il simbolo di una terra, la Sicilia, che può ancora liberarsi dalle sue radici antiche e cominciare a volare.

C’ è ancora speranza per Pietro, figlio di Peppino che parte per il suo viaggio verso il futuro accompagnato dallo stesso augurio che suo nonno fece a suo padre ” Va vuscati u pani”.

Suggestiva la scena finale in cui i due bambini , padre e figlio, corrono e si incontrano nello stesso momento, personaggi di epoche differenti ma metafora del fatto che la vita è un ripetersi di esperienze e che tutto rimane uguale, nonostante i mutamenti del tempo.

Quando Peppino si sveglia dal sonno della sua vita e si ritrova bambino ai giorni nostri, come se tutto fosse stato un sogno e le vicende vissute, amorose e politiche dovessero ancora avvenire, un piccolo segnale lo rende cosciente che già tutto è stato vissuto sulla sua pelle.

Ecco, il film è una corsa contro il tempo che incomincia con la corsa del piccolo Pietro all’ inizio del film quando va a comprare le sigarette in una Bagheria ventosa come il suo nome.

Tornatore, rappresentando la vita a Bagheria tra gli anni 30 e 80, con la narrazione delle vicende di una famiglia attraverso tre generazioni, ancora una volta fa un grande affresco del suo paese e della sua terra.

Terra che nonostante il passare del tempo conserva intatte le sue tradizioni, le sue superstizioni ancorate nel passato ma che continuano ad avere ripercussioni nel futuro. Alcuni segni materiali come l’affresco nella Chiesa vengono cancellati, ma quelli incisi nell’animo umano restano anche dopo decenni e decenni.

Film ricco di emozioni di sogni e di ideali  che dimostra l’amore del regista per la sua Sicilia, pur non disdegnando di presentare anche il lato corrotto della politica del passato che, ahimè, è anche quello del presente.

Rimane però l’immagine della mosca a darci speranza nel futuro insieme alle altre innumerevoli immagini che ci presentano come delle cartoline gli ambienti naturali e non, che conservano anche con il passar del tempo la loro suggestiva tipicità.

Nel film compaiono i più svariati personaggi e tra questi hanno una figura rilevante le nonne, anche quelle che sembrano venire dall’aldilà per portare messaggi nascosti.

 Nel romanzo di esordio di Catena Fiorello è appunto una nonna ad aiutare sua nipote, che è una picciridda di undici anni, a crescere coraggiosa ed ad affrontare senza piangere eventi molto più grandi di lei.

La scrittrice, forte della sua sicilianita’ e di una profonda sensibilità, ci regala due ritratti meravigliosi di nonna- nipote.

Lucia, la  picciridda, attraverso una lotta quotidiana fatta di scontri con Donna Maria Amoroso, appunto sua nonna, imparerà a leggere i segnali premonitori che quella donna anziana e sapiente, impenetrabile e fiera vuole trasmetterle.

Lei,  la figlia della gallina nera, come ama definirsi in tutto il romanzo, supera gradualmente la sofferenza per essere rimasta a vivere  a Leto, piccolo villaggio di pescatori lungo la costa ionica tra Messina e Catania con la nonna paterna perché i genitori e suo fratello sono emigrati in Germania in cerca di un lavoro che garantisca maggiore benessere ai figli.

Al dolore della separazione dagli affetti più cari ne seguirà un altro ancor più atroce e traumatico dal quale saprà però risollevarsi per riprendere in mano la sua vita con grande dignità .

La sua è la rivincita delle donne che non si spezzano sotto il peso della brutalità umana che offende i corpi ma non riesce a corrompere l’animo.

Un romanzo tutto al femminile che la scrittrice ci regala attraverso la voce di Lucia, raccontandoci la sua terra amata con tutte le sue contraddizioni, con  grande sincerità  e passione.

La poesia in dialetto siciliano che troviamo all’inizio del libro, come testimonia la stessa autrice, è stata aggiunta alla fine della stesura del libro , come un suggello alla sua ” Picciridda” e per far percepire che l’ atto di violenza contro una donna è come una bestemmia . E c’è riuscita!

Sia Tornatore con il film che Catena Fiorello con il suo libro, creano delle opere che sono atti di amore per la loro Sicilia nel modo a loro più congeniale e ci trasmettono con parole ed immagini le sensazioni più disparate ma soprattutto la nostalgia per la loro terra. 

Ancor prima di loro Salvatore Quasimodo, poeta siciliano di Modica (Ragusa), che trascorse la sua infanzia in vari paesi della Sicilia ma visse poi al Nord, divenendo poeta di chiara fama fino ad ottenere il Nobel per la letteratura nel 1959.

Le tappe della sua esperienza sono tre. La prima è rappresentata da poesie che si rifanno ai simbolisti ed ai crepuscolari; la seconda ha come esperienza l’ermetismo e lo studio della parola pura ed intensa; la terza è quella che scaturisce dalla dolorosa esperienza della guerra .

Le poesie che ho scelto esprimono l’amore per la terra siciliana, la malinconia, il ricordo dell’infanzia . Sono talvolta più ermetiche anche se il suo ermetismo è ricco di sfumature musicali e venato da un velo di tristezza. Ci sono anche poesie in cui manifesta la sua aberrazione per la guerra e l’ ansia di rifare l’uomo, ridandogli fiducia nel futuro decadendo in una certa magniloquenza declamatoria.

E ci sono quelle tradotte dai lirici greci, poiché aderiva alla sensibilità greca che sentiva viva ed importante e lo univa al mondo siciliano, che considerava particolarmente affine a quello ellenico.

Ed è subito sera

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

Ora che sale il giorno (dalla raccolta Ed è subito sera. Poesie, 1942)

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchi mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre bette il piede dei cavalli!

Alle fronde dei salici (dalla raccolta Giorno dopo giorno, 1947)

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Uomo del mio tempo (dalla raccolta Giorno dopo giorno, 1947)

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

Già la pioggia è con noi (dalla raccolta Ed è subito sera, 1942)

Già la pioggia è con noi,
scuote l’aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre i recinti degli orti.

Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d’improvviso un giorno.

Vento a Tindari (dalla raccolta Acque e terre, 1930)

Tindari, mite ti so
Fra larghi colli pensile sull’acque
Delle isole dolci del dio,
oggi m’assali
e ti chini in cuore.

Salgo vertici aerei precipizi,
assorto al vento dei pini,
e la brigata che lieve m’accompagna
s’allontana nell’aria,
onda di suoni e amore,
e tu mi prendi
da cui male mi trassi
e paure d’ombre e di silenzi,
rifugi di dolcezze un tempo assidue
e morte d’anima

A te ignota è la terra
Ove ogni giorno affondo
E segrete sillabe nutro:
altra luce ti sfoglia sopra i vetri
nella veste notturna,
e gioia non mia riposa
sul tuo grembo.

Aspro è l’esilio,
e la ricerca che chiudevo in te
d’armonia oggi si muta
in ansia precoce di morire;
e ogni amore è schermo alla tristezza,
tacito passo al buio
dove mi hai posto
amaro pane a rompere.

Tindari serena torna;
soave amico mi desta
che mi sporga nel cielo da una rupe
e io fingo timore a chi non sa
che vento profondo m’ha cercato.

Specchio (dalla raccolta Acque e terre, 1930)

Ed ecco sul tronco
si rompono gemme:
un verde più nuovo dell’erba
che il cuore riposa:
il tronco pareva già morto,
piegato sul botro.
E tutto mi sa di miracolo;
e sono quell’acqua di nube
che oggi rispecchia nei fossi
più azzurro il suo pezzo di cielo,
quel verde che spacca la scorza
che pure stanotte non c’era.

Isola (dalla raccolta Oboe sommerso, 1932)

Di te amore m’attrista,
mia terra, se oscuri profumi
perde la sera d’aranci,
o d’oleandri sereno,
cammina con rose il torrente
che quasi n’è tocca la foce.
Ma se torno a tue rive
e dolce voce al canto
chiama da strada timorosa
non so se inerzia o amore,
ansia d’altri cieli mi volse,
e mi nascondo nelle perdute cose.

Lettera alla madre (dalla raccolta La vita non è un sogno, 1949)

Mater dolcissima, ora scendono le nebbie, il Naviglio urta confusamente sulle dighe,
gli alberi si gonfiano d’acqua, bruciano di neve; non sono triste nel Nord:
non sono in pace con me, ma non aspetto perdono da nessuno,
molti mi devono lacrime da uomo a uomo.
So che non stai bene, che vivi come tutte le madri dei poeti,
povera e giusta nella misura d’amore per i figli lontani.
Oggi sono io che ti scrivo:
Finalmente, dirai, due parole di quel ragazzo che fuggì di notte
con un mantello corto e alcuni versi in tasca.
Povero, così pronto di cuore lo uccideranno un giorno in qualche luogo.
Certo, ricordo, fu da quel grigio scalo di treni lenti che
portavano mandorle
e arance, alla foce dell’Imera, il fiume pieno di gazze, di sale,
d’eucalyptus.
Ma ora ti ringrazio, questo voglio, all’ironia che hai messo sul mio labbro,
mite come la tua. Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.
E non importa se ora ho qualche lacrima per te, per tutti quelli che come te
aspettano, e non sanno che cosa.
Ah, gentile morte, non toccare l’orologio in cucina che batte
sopra il muro
tutta la mia infanzia è passata sullo smalto del suo quadrante,
su quei fiori dipinti: non toccare le mani, il cuore dei vecchi.
Ma forse qualcuno risponde?
O morte di pietà, morte di pudore.
Addio, cara, addio, mia dolcissima Mater.

Tramontata è la luna (poesia di Saffo tradotta da Salvatore Quasimodo, dalla raccolta Lirici greci, 1940)

Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte;
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.

Scuote l’anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce,
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.

Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.

O Conchiglia marina (poesia di Alceo tradotta da Salvatore Quasimodo, dalla raccolta Lirici greci, 1940)

O conchiglia marina, figlia
della pietra e del mare biancheggiante,
tu meravigli la mente dei fanciulli.

Ride la gazza, nera sugli aranci

Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l’erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno;
ora, destatevi. Ecco, scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l’ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d’orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci.

Natale

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Ed attraverso questi autori, anche noi abbiamo amato la Sicilia, che per chi ci è anche vissuto, conserva intatti i colori gli odori ed i sapori e la suggestione di una terra antica.

Liviana Simoncini