SALOTTO LETTERARIO NOVEMBRE-DICEMBRE 2019

Padri e figli

Invece di ricercare poesie di poeti famosi, dedicate ai figli, ho optato quest’ anno, come già feci anni fa nella mia vita di insegnante, precorrendo i tempi ( passatemi un po’ di vanità),alla raccolta di canzoni famose, che altro non sono che testi poetici accompagnati dalla musica.
Ogni cantante, con il suo stile innanzitutto musicale ed umano, in occasione della nascita del proprio/ figlio/a ha voluto immortalare tale evento, scrivendo e musicando dei testi che testimoniassero la gioia, l’ impegno ed il senso di responsabilità che deriva dal diventare padre.
Come sempre mi sono lasciata trasportare dalle emozioni che le canzoni mi sanno trasmettere e certa che  i partecipanti del Salotto Letterario si fidino di me, ne ho scelte dieci di vari periodi e di diversi cantanti.
Ascoltandole con il mio gruppo e condividendone la suggestione, lasciata dalle parole e dalla musica, sono  scaturite diverse riflessioni , avvalorate anche da una ricerca più accurata sulla loro nascita.
Per un casuale gioco di parole la loro nascita è derivata dalla nascita dei figli degli autori .
Ed allora ecco: “La prima cosa bella” che Nicola di Bari dedica alla figlia nel 1970 e che tutti noi meno giovani ricordiamo e canticchiamo ancora. Una stupenda ninna nanna che  viene intonata dalla protagonista dell’omonimo film di Virzi che non ci siamo perse.
Ancora una ninna nanna “Per te ” di Jovanotti che con la tecnica poetica dell’anafora, elenca tutte le cose belle che ci sono nel mondo per chi è appena entrato a farne parte.
Testo molto più profondo quello di Baglioni che, come sua dote peculiare, con “Avrai” crea un testo senza ritornelli, con il quale elenca, con immagini realistiche  ad un figlio che ha tutta la vita davanti tutto ciò che essa le offrirà , dalle gioie ai dolori, invitandolo però ad avere sempre sogni e speranze.
Ancor più il grande Roberto Vecchioni, non a caso professore liceale, scrive un testo che si rifà alla laude medievale di Jacopone da Todi dedicata a Maria che si rivolge al Figlio Crocifisso.
Nel testo “Figlio” non c’è un implicazione sacra ma c’è un padre che è preoccupato per il figlio appena nato e destinato a crescere in un mondo privo di valori è pieno di problematiche che sconvolgono lui stesso.
Preoccupazioni che ha anche Francesco Renga, il quale nel testo ” Angelo” prega una figura celeste ( probabilmente sua madre morta prematuramente) affinché protegga sua figlia.
Tutto ciò anche perché sconvolto dallo Tsunami del 2014 in Indonesia e di quanto a volte le preghiere risultino vane.
Anche Pino Daniele si rivolge a sua figlia Sara invitandola a non piangere per l’arroganza del mondo ma ad aspettare di crescere e a guardare il cielo per inseguire un sogno vero, così come Eros Ramazzotti che scrive ” L’ Aurora” , che è il nome della figlia, identificandola con una stella che lo aiuta a superare i giorni tristi e a respirare un’ aria nuova.
È appunto la nascita di Aurora a farlo gioire e a sognare. Ancora un po’.
Vasco accoglie suo figlio con un caloroso “Benvenuto”, anche se è stato un caso aver teso l’arco per fare centro. Non ci ha pensato bene, forse è stato per noia ma ora che è arrivato è assolutamente il benvenuto. Vasco non si smentisce mai ed io penso che sia sempre molto sincero e per questo rompa ogni schema.
Ligabue scrive ” A modo tuo”, originariamente per Elisa poi la dedica a sua figlia.
Testo molto intenso di un padre che si rende conto di quanto sia difficile presentare il mondo che viviamo a sua figlia, con tutte sue violenze e le sue brutalità e della responsabilità di aiutarla a spiccare il volo per viverlo e cambiarlo a modo suo.
“Fiore di maggio”, già nel titolo da una sensazione di solarità e di calore. Fabio Concato ha scritto la canzone a Viserbella, durante le vacanze sulla Riviera Adriatica a casa della nonna.
Ed è lì, in quel luogo meraviglioso, con il sole di maggio che sua figlia ha deciso di scendere dal cielo facendosi dare un passaggio da un gabbiano. Dolcissima!
Abbiamo continuato il nostro viaggio nelle canzoni grazie a Stefania Nasuti, insegnante di inglese che ci ha fatto ascoltare alcuni testi di cantanti inglesi che ci hanno consegnato parole e musica indimenticabili.
Ne è una testimonianza la stupenda ” Father and son” di Cat Stevens che è uno scambio di battute tra padre e figlio. Il padre non comprende perché il figlio voglia lasciare il nido e lo invita ad aspettare ma il figlio sente che deve staccarsi ed andare incontro al proprio destino ed alla realizzazione dei propri sogni con le sue forze .
Questo è quanto dovrebbero fare i nostri giovani con la benedizione dei genitori!!
“Hey Jude” è stata scritta da Paul Mc Cartney, per il figlio di John Lennon, il piccolo Jules che viveva un momento difficile per la separazione dei genitori. A volte si può essere padri anche se non lo si è biologicamente, ma avendone la sensibilità!
Bob Dylan ci lascia un testo veramente ispirato di respiro biblico e dal significato universale , con la canzone ” Forever young” che è stata interpretata da molti artisti, tra i quali Joan Baez.
Basta la sola frase ” Possa tu costruire una strada per le stelle e costruirne ogni gradino “,  a farci considerare il nostro menestrello un vero poeta!
Nel brano ” Isnt’ she Lovely”, Steve Wonder celebra la nascita di sua figlia Aisha, costruendo con tre versetti una meravigliosa ninna nanna. È il canto di un papà che esalta la sua paternità con la piccola in braccio, certamente accentuata dalla sua condizione di non vedente.
Kite degli U2 già nel titolo è affascinante, forse perché l’ aquilone è sinonimo di volo, ebbrezza, senso di libertà. È un gioco da bambini che attira anche i grandi. Bono dedica questa canzone alle figlie dopo un gioco con le stesse sulla spiaggia con un lancio di un aquilone che è precipitato al suolo schiantandosi, sotto una forte brezza.
Anche loro come gli aquiloni saranno preda del vento che non si sa dove le porterà, perché questo è il destino dei figli e dei padri che possono lasciarci improvvisamente (così come il padre di Bono).
Una stupenda ninna nanna  è  “Flowers to’ Zoe” che Lenny  Kravitz dedica alla figlia. Tutto è per Zoe: i fiori, gli angeli, gli arcobaleni, i giardini, gli oceani, i giochi, l’ amore, il cielo, Dio.
Come ogni padre il cantante vuole il meglio per la figlia che si sta aprendo alla vita.

L’argomento Padri e figli ci ha dato l’occasione per la lettura di diversi libri che trattano in modi diversi tale tema, cioè i rapporti più o meno complicati che spesso s’instaurano tra padre e figlio/a.
I libri di Carofiglio che vedono come protagonista il celebre avvocato Guerrieri non mi hanno mai attirato ma ” Le tre del mattino” è un’ opera intensa che tocca le corde più intime dei rapporti umani e familiari.
Con uno stile brioso  e poco impegnativo narra la storia di un padre  e un figlio che superano il rapporto parentale per diventare veri amici, confidenti. Padre e figlio si trovano a fare insieme un viaggio a Marsiglia per una malattia del ragazzo ed a trascorrere, a causa di quest’ultima, ben 48 ore consecutive, restando svegli. Sarà questa l’occasione per i due per conoscersi e mettersi a nudo, con le loro paure e le proprie fragilità. Prima che sia troppo tardi, perché il tempo passa inesorabile e si trascina dietro la vita:
” E se non puoi la vita che desideri
Cerca almeno questo
Per quanto sta in te: non sciuparla
Nel troppo commercio con la gente
Con troppe parole in un via vai frenetico.
Non sciuparla portandola in giro
In balia del quotidiano
Gioco balordo degli incontri
E degli inviti
Fino a farne una stucchevole estranea.”  (K. Kavafis)
Il titolo del libro prende spunto da una frase con connotazione pessimistica, di F. Scott Fitzegerald “Nella vera notte buia dell’anima sono sempre le tre del mattino, giorno dopo giorno”, per divenire un messaggio di speranza per il futuro. Inoltre le vicende risultano liberamente ispirate a fatti realmente accaduti.

Lorenzo Marone ci aveva incantato con il suo primo romanzo, per poi deluderci un po’ con gli altri e poi riconquistarci con quest’ultimo” Tutto sarà perfetto”.
Come preannuncia il titolo tutto  nel romanzo è perfetto:  l’ ambiente, i personaggi, l’intreccio, il finale, lo stile che ci permette di entrare nel vivo della storia e di partecipare empaticamente alle emozioni del protagonista che  pur se confusionario, pasticcione ed un po’ irresponsabile, ci è  enormemente simpatico.
Andrea, il nostro protagonista si trova , per un’emergenza a doversi occupare di suo padre, che ha conosciuto poco, perché quando era piccolo era sempre in giro sulle navi. Deve accompagnarlo alla sua casa a Procida, l’isola dove Andrea e sua sorella sono nati e cresciuti ed hanno sperimentato gioia e dolore.
Nella sua Procida, padre e figlio ricreano il loro rapporto, smussano le incomprensioni, i non detti, le aspettative, tutto ciò che si era perso in anni di incomunicabilità.
In questo ambiente così suggestivo che sa di mare, di sole, di semplicità, Andrea ritrova il suo equilibrio alternando a ricordi dolorosi e ferite non rimarginate anche reminiscenze di infinita dolcezza.
La bellezza di questo libro è nel fatto che è una storia familiare, con le sue dinamiche uniche ma in fondo universali e ci fanno riflettere che non si può mai scappare dalle proprie radici, dai momenti della nostra vita  e dalle persone che ci hanno donato quanto hanno potuto.

Ancora un viaggio, quello che ritroviamo in ” Un’Odissea”, un viaggio epico nell’essere genitore ed essere figli, tra l’ottantenne Jay Mendelshon ed il figlio Daniel .
Lo stravagante Jay ogni settimana fa oltre due ore di viaggio per seguire il seminario del figlio Daniel sull’Odissea, con degli studenti ventenni, per il desiderio di imparare ciò che non è riuscito a fare per via degli studi interrotti.
Lo fa con suo figlio in cattedra con cui confrontarsi e qualche volta scontrarsi davanti agli sguardi ironici e curiosi dei giovani studenti.
Daniel comincia a guardare con occhi nuovi quel padre che forse vuole riprendersi una rivincita sul passato, riscattando un suo antico desiderio. Ed ecco che alla vita personale si intreccia quella del poema omerico.
Le reazioni di Jay alla lettura del poema aiutano Daniel ad aprirsi a nuove interpretazioni; suo padre non è sicuramente morbido nei suoi giudizi e su certi valori non transige ,ma è proprio il contraddittorio nel seminario a rinsaldare il rapporto tra padre e figlio.
Anzi sarà proprio Daniel a proporre a suo padre, alla fine del corso, una crociera nel Mediterraneo, sulle orme di Odisseo.
Il loro nostos sarà dolce ma anche malinconico perché sarà l’ultimo momento di felicità prima della malattia di Jay.
Da sottolineare una frase simbolo: “ Gli insegnanti migliori sono quelli che ti spingono a trovare un significato nelle cose che hanno dato loro piacere, così che l’apprezzamento di quella bellezza sopravviva alla loro esistenza.”

L’uscita dell’ultimo film di Gabriele Salvatores è stata per noi l’occasione per arricchire il nostro bagaglio di argomenti dedicati al rapporto padri figli che abbiamo iniziato con i bellissimi testi di canzoni che  lo esaltano .
Molti di noi non ce lo siamo fatto  mancare e  non siamo stati delusi perché il film “Tutto il mio folle amore è un road  movie tra un figlio strano ed un padre altrettanto strano che pur non conoscendosi sentono nascere tra loro una grande alchimia durante un viaggio fortuito insieme
.Il regista prende spunto dal libro di Fulvio Ervas che nel romanzo “Se ti abbraccio non avere paura”, narra il viaggio che ha compiuto realmente con il figlio autistico attraverso l’ America.
La storia nel film è  più romanzata: c’è un genitore giramondo che si guadagna da vivere cantando le canzoni di Modugno ed incontra per la prima volta il figlio che ha abbandonato appena nato, ormai adolescente.
Vincent, così si chiama suo figlio, è un ragazzo autistico, in balia delle proprie emozioni in un mondo che stenta a capirlo ed ad accoglierlo. Il viaggio per i due è l’occasione improvvisata e forzata  per divenire un mezzo di formazione e di scoperta  reciproca.
Attraverso fughe rocambolesche, liti, riconciliazioni, abbracci,  i due si avvicineranno pian piano in un percorso tra la Slovenia e la Croazia, dove Willi si esibisce in improvvisate sale da concerto o in mezzo a feste gitane. Tra i due attori principali( Claudio Santamaria e l’esordiente Giulio Pranno)  è nata una tale intesa che a tratti si ha la sensazione che i due potrebbero andare avanti a lungo se non ci fosse un ciak a bloccarli!!
Gli altri due protagonisti: la madre e il padre adottivo sono  in viaggio anche loro, alla ricerca dei  due fuggitivi, di un equilibrio di coppia e come genitori, sebbene  il cosiddetto patrigno sia tutt’altro, considerando Vincent suo figlio.
Il finale è aperto ma mette in evidenza il ruolo della madre che vuole superare il suo senso di inadeguatezza nei confronti del figlio, che ha chiamato come  Van  Gogh, perché si è innamorata di Willy sulle note del pezzo di Don McLean dedicato al grande pittore, anche lui così strano.
Il titolo del film è tratto da una canzone di Modugno ed altre sue canzoni vengono intonate da Willy il Modugno della Dalmazia”. La canzone che fa da colonna sonora è la stupenda ” Next me” degli Imagine Dragons che  con la sua caratteristica rock  rende  il film  più leggero seppur trattando un tema delicato come la diversità .

Il film “Nebraska” evidenzia in maniera perfetta  i rapporti familiari, principalmente quelli tra padri e figli, tema che, sia le canzoni che i libri letti, affrontano in varie maniere, suscitando emozioni vissute o che viviamo quotidianamente.
“Nebraska” è un film che seppur lentamente, entra nel cuore per la sua delicatezza ed eleganza, a cominciare  dalla fotografia in bianco e nero che esalta la semplicità dei luoghi e dei personaggi. Il regista Alexander Payne riesce a cogliere l’ autenticità della vita, mettendo in rilievo un’ umanità vera in un miscuglio di comicità e malinconia.
Padre e figlio, l’ uno un po’ rimbambito ma testardo nella sua convinzione di andare in Nebraska a ritirare il denaro di un’ improbabile vincita e l’altro, il figlio minore David che corre dietro al padre , speranzoso di avvicinarsi a lui, in un road movie che lentamente si trasforma in un’ odissea familiare.
L’incontro con parenti e cosiddetti amici in un posto che sa di sopravvissuto è il momento clou del film in cui appaiono personaggi meschini ed inetti con tutte le loro debolezze, pronti ad esaltare e subito dopo a deridere il vecchio Woody perso nel suo mondo fittizio.
Padre e figlio durante questo percorso, si avvicineranno sempre più con momenti ora comici, ora toccanti, che faranno emergere il passato di un padre, di cui David non sa niente e gli daranno la voglia di restituirli dignità .
I personaggi sono perfettamente calati nella loro parte: veramente  unico Bruce Dern Woody, che frastornato e claudicante ci fa una grande tenerezza, così come Will Forte David ci fa esclamare: “Che amore di figlio!” , soprattutto nel momento in cui si accuccia nel furgone per permettere a suo padre di fare la sua bella figura nel paese che l’ha beffeggiato.
Anche i personaggi minori rendono in maniera egregia le loro peculiarità , dalla consorte rimasta accanto a lui nonostante sia esausta e spesso perfida, ai parenti venali ed  al vecchio socio mascalzone.
Un film raro che non annoia ma avvince fino alla conclusione, che è un inno all’amore ed alla responsabilità di un figlio che prende per mano l’ anziano padre con i suoi palesi difetti così come fece Enea con Anchise per raccoglierne  il testimone ed imparare a camminare sicuro ed è appunto questo che ci si aspetta dalle nuove generazioni.
Struggente la colonna sonora  che rende il film un piccolo gioiello in quanto le musiche di adattano perfettamente ai personaggi rispecchiandone le emozioni e le tragicomiche vicissitudini.
La nostra relatrice Sofia, dopo aver ascoltato le nostre impressioni che erano più o meno le stesse e dopo averle avvalorate, ha però fatto delle puntualizzazioni sullo stile del regista.
Questi ha utilizzato alcuni dogmi del cinema americano quali l’uso del road movie, perché appunto il film “Nebraska” è un viaggio che un padre ed un figlio percorrono insieme nelle zone più squallide e desertiche dell’entroterra americano, palesemente lontano dal fascino metropolitano della Grande Mela, con protagonisti anziani e malfermi e giovani indecisi con mille dubbi da risolvere.
Il viaggio è soprattutto interiore in quanto i due avranno modo di avvicinarsi più di quanto non abbiano fatto fino a quel momento. L’uso della fotografia in bianco e nero esalta la semplicità dei luoghi e dei personaggi che vengono ripresi mentre camminano in campo lungo ad evidenziare la loro solitudine.
Il finale è positivo, diremmo “a denti stretti” poiché i due personaggi, rimangono con i loro problemi irrisolti, ma entrambi hanno una specie di riscatto sugli abitanti e sulla cittadina immersa nella sua staticità e grettezza.
Veramente un film per cinefili, quali siamo ormai divenuti!!!

LIVIANA SIMONCINI